
Il racconto di una vita.
" Lu e Gio' "

Il racconto di una vita.
" Lu e Gio' "

Dopo tanto tempo, finalmente sono ritornata a casa. Alla mia vecchia casa di sempre e dai miei amici.
Ora finalmente sono qui, tra coloro che amo, i quali fanno parte della mia vita e mi sento serena e felice. In casa non c'è nessuno. Si sente solo l'orologio della cucina scandire i minuti del tempo che passa.
Scendo in giardino, anche lui silenzioso. Allora mi siedo e ascolto le voci dei miei ricordi. Mi sembra di sentire voci di bimbi ormai cresciuti, voci di amici lontani spariti nel turbinio della vita, sento l'abbaiare di un cane e il miagolio di un gatto che ormai non esistono più.
Mi alzo e mi avvicino al ponticello di legno e guardo l'acqua scorrere sotto di me. Guardo gli alberi, ma nulla è più come prima.
Accarezzo un cespuglio fiorito e sento tanto amore per lui.
Poi m'inginocchio tra l'erba e raccolgo un fiore.
Non è soltanto un fiore; è vita.
Abbandono i ricordi.
Il mio cuore sorride a tutti gli amici che tra un po' ritroverò qui, vicino a me. Tutti quegli amici che sanno riscaldare il mio cuore e strapparmi un sorriso di gioia.
Una giornata da ricordare

Ero stanchissima, mi sedetti sulla mia carrozzina a rotelle e poi aprì la porta di ferro che dava sulla terrazza. Da li potevo vedere un panorama bellissimo. Gli alberi giganteschi, il fiumiciattolo, il salice piangente e quello che avevo sempre amato per tutta la vita: la mia terra. Chissà ancora per quanto tempo avrei potuto gioire per quello che possedevo.
Ero molto ammalata ed ogni giorno che sorgeva, per me avrebbe potuto essere l'ultimo. Ieri sera ho rivisto i miei amici più cari. Abbiamo parlato quasi tutta la notte, ma la cosa più bella era guardarci. Esteriormente eravamo tutti invecchiati, ma dentro di noi eravamo giovani e freschi come una folata di primavera. Chiacchierammo a lungo, poi accendemmo un fuoco e ci sedemmo intorno. Come tanti bambini, tutti mi chiesero di raccontare una storia, ed io allora come tanti anni prima, li accontentai:

"C'era una volta, tanto, ma tanto tempo fa, un isola nell'oceano più profondo, protetta da scogli enormi e piena d'alberi contorti dal vento. Il suo sibilo ed il frangersi delle onde gigantesche sugli scogli, rendevano impossibile la vita su quella terra dimenticata da Dio.
Era un' isola fantasma, come la nave dell'Olandese volante.
Era un' isola che nessuno aveva mai visto, tranne Lu e Giò.
Era la loro isola segreta.
Nel cuore dell'isola sorgeva un castello, bellissimo, e all'interno, erano raccolte le opere più belle dell'universo, e degli archi marmorei, sostituivano le porte e le finestre che erano state demolite millenni addietro. Ogni arco aveva una tenda leggerissima e bianca.
L'anima di Lu, passeggiava per quelle stanze ogni tredicesima notte. Ed essa amava, che tutte le tende si muovessero volteggianti sulle ali delle correnti ventose e al ritmo della musica, imposto sia dal vento, che dalle onde del mare.
Lu e Giò si ritrovavano su quell'isola tutte le volte che una stella moriva nel cielo, e restavano nel loro paradiso personale, finchè una nuova stella non spuntava all'orizzonte.
Si ritrovavano per un sorriso, per un tocco gentile, per un rinnovo d'amore."

Le ore passarono, Il fuoco s'era spento da tempo, così ci alzammo in silenzio, ci sorridemmo e ci abbracciammo, e poi ognuno se ne andò per la sua strada. Io salii le scale di casa appoggiandomi al bastone ed alla ringhiera, poi una volta arrivata al piano superiore, mi sedetti in carrozzina a rotelle.
Fu una giornata bellissima, piena di calore umano, ora però era finita.
Domani chissà! Il domani, è sempre una nuova avventura.
Si vedrà.
Una giornata difficile

Dalla terrazza vedevo una giornata bellissima e sulla mia pelle sentivo il calore del sole.
Bloccai la carrozzina con i freni e sollevai gli appoggiapiedi per potermi alzare. Sentivo il desiderio di appoggiarmi alla ringhiera per guardare il mio fiumiciattolo, ma alla ringhiera non ci arrivai mai. Le ginocchia cedettero ed io caddi a terra; non ebbi la forza di risollevarmi.
Con estrema fatica, solo con la forza delle braccia, mi trascinai fino alla camera, arrivai al comodino, presi il telefono e chiamai mia figlia. Non ebbi la forza di rimettere la cornetta al suo posto; la lasciai sul pavimento.
Il pavimento era freddo e dopo un po' incominciai a battere i denti, ma mia figlia e Ornella, la mia donna di servizio, sarebbero arrivate tra poco.
Per fortuna arrivarono insieme, però anche se spaventate, mi spogliarono e mi fecero indossare un pigiama pesante. Con estrema fatica mi misero a letto con il termoforo al massimo.
Dopo un po' mi ripresi dal freddo e mia figlia mi fece bere qualcosa di caldo, poi si sedette sul letto accanto a me e mi raccontò una delle mie storie fantastiche che a me piacevano tanto:

- C'era una volta Sargon, un pianeta lontano. A Sargon, fuori dalla grotta, c'era la tempesta. Una tempesta di sale, di neve e grandine. Il cielo infuriato, scaricò contro la grotta di Giò, oltre alla tempesta, anche la furia del vento, la disperazione della pioggia corrosiva, e la furia di tutti gli elementi.
L'accesso alla grotta, una volta di pietra nera, era segnato e marchiato dallo stillicidio del clima avverso, ma la porta vera e propria, era incrollabile. Era di pietra dura e acciaio, incastonata di zaffiri e d'oro puro.
All'interno, la tempesta era lontanissima anni luce. Pellicce pregiate coprivano il pavimento e nell'immenso camino, c'era un fuoco scoppiettante.
Accanto ad esso, Lu e Gio' non avevano bisogno di parole per comunicare; i pensieri erano telepatici. Erano millenni che comunicavano così. Erano millenni che avevano bisogno solo di loro stessi. Sapevano, che la furia degli elementi, non avrebbe mai potuto vincere la furia dei loro sentimenti.
Le fiamme nel camino, riflettevano la loro luce sulle pareti della grotta e tutto sembrava in movimento, e allo stesso tempo immobile nel tempo. Immobile e per sempre come il sorriso dei loro occhi, che avrebbero sfidato il tempo, per raggiungere l'immortalità. Lu appoggiò la testa sulla spalla di Giò, e Giò appoggiò la sua sulla testa di Lu. Assaporarono il piacere del contatto, poi si baciarono.
Fu magico.
Tutto sparì.
Rimase solo un sorriso d'amore.

Il burattinaio magico

Tra il dormiveglia e il sonno ricordai un episodio avvenuto tanto tempo fa.
Un giorno fui assunta da un burattinaio magico per muovere un piccolo-grande personaggio di nome Topo Gigio.
Quando mi presentai al laboratorio, era buio, ma Mario mi fece vedere la prima porta a sinistra, dove stava il mio mini appartamentino, e mi disse:
- Ci vediamo domani . Poi se ne andò.
Mi organizzai un pò e feci anche un bagno. Poi decisi che sarebbe stato carino conoscere i miei colleghi di lavoro, ma mentre mi rinfrescavo, loro se n'erano andati. Non c'era rimasto più nessuno.
Ero sola.
Uscii dall'appartamentino e mi trovai nell'ingresso del laboratorio. Era un corridoi lungo e buio. Accesi la luce, ma era fioca e vidi qualcosa che non avevo mai visto prima: mi sembrò di essere nella casa incantata del giocattolaio magico.
Mi avviai verso la parete destra, dove stavano vari topi di gomma piuma senza vita, appoggiati su scaffali pieni di cartoni multicolori, stoffe di vario tipo e tanti mobili in miniatura.
Poi aprii una porta a sinistra del corridoio e accesi la luce.
Sulla destra c'era un tavolo, ma tra questo e la finestra, sulle pareti c'erano dipinti molti alberi e c'erano anche tre zucche appese al soffitto.
Zucche con dei lunghi capelli grigi e degli occhi e delle bocche dipinte all'insegna della tragedia. Da sotto queste teste straordinarie, pendevano tanti veli di colori diversi, tutti scuri. Tanti strati di velo che partivano dal collo solo con le punte, allargandosi dopo, a dismisura, per poi restringersi nuovamente e ritornare a punta, a livelli diversi di lunghezza, alcuni dei quali arrivavano quasi al pavimento.
Faceva molto caldo, così aprii la finestra della stanza per far entrare un pò d'aria. Mi sedetti sulla tavola e vidi qualcosa di straordinario. Con l'entrata del vento, i veli attaccati alle zucche, incominciarono a gonfiarsi e a muoversi, ed anche i capelli si muovevano a seconda del muoversi del vento. Non potevo credere: le zucche prendevano vita. I veli si muovevano e si allargavano volteggiando, e le zucche sembravano streghe che si muovevano e sghignazzavano.
Rimasi a bocca aperta. Con un filo di voce chiamai:
- Ecate!
Ma Ecate non rispose.
Ero in mezzo ad una foresta. Anche le streghe incorporee erano li e volteggiavano nell'aria e tra gli alberi. Il cielo era scuro e la notte fonda.
- Macbeth, Shakespeare, Ecate, dove siete?
Un refolo di vento chiuse la porta, e i veli si appiattirono. Io chiusi la finestra e mi trovai in una stanza spoglia, con tre zucche e quattro stracci impolverati.
Il telefono stava suonando. Era Poli che mi chiamava da Venezia. Mi disse che c'era in programma una tournèe in Turchia:
- Vieni con noi?
- Si. Risposi. Per quando devo essere a Venezia?
- Tra un mese, ti va bene?
- Si. Risposi.
- OK, a tra un mese! Ciao.
Non so perchè, ma non volevo più stare qui. Volevo andare lontano dai giocattolai magici, e la Turchia mi sembrava lontana abbastanza. Volevo andare via da un posto irreale, dove Ecate probabilmente, non c'era stata mai.
Volevo qualche cosa di concreto, volevo qualcosa di diverso, qualcosa di nuovo. Non volevo nient'altro.
Solo qualcosa di vero.
Una serata particolare

I gradini erano di legno, e una volta saliti, mi ritrovavo in palcoscenico.
A sinistra c'era la sartoria. Davanti invece, tra le quinte nere, c'era la scena prevista dal copione. A destra, con il sipario alzato, si vedeva la platea vuota, mentre qualcuno la stava ripulendo. Il direttore di scena invece, faceva prove tecniche per calare il sipario.
Dovevo attraversare tutto il palcoscenico per ritrovarmi al di là della scena, dove sulla sinistra c'era una rampa di scale che portava ai camerini.
Di solito faceva freddo, ma una volta arrivata nel mio, per riscaldarlo, chiudevo la porta ed accendevo tutte le luci.
Attaccato alla parete più grande, c'era il tavolo per il trucco. Aveva tre specchi, uno fisso e due semovibili, circondati da lampadine molto forti. Davanti allo specchio fisso, il tavolo era tagliato a semicerchio in modo da farci stare una sedia.
Sulla sinistra, c'era un armadio, un attaccapanni e un pò più in la, una poltrona.
Prima di tutto mi spogliavo, poi mi infilavo una vestaglia pesantissima per riscaldarmi un pò, e poi seduta in poltrona, aspettavo la sarta che mi avrebbe dato una mano per indossare il costume di scena.
Una volta vestita, mi sedevo davanti allo specchio centrale per controllare il trucco che mi serviva per quello spettacolo. Il truccarmi non era facile, c'era già la paura di non sentirmi nella parte, e c'era già il terrore di non ricordare più a memoria il copione.
A peggiorare il tutto, il megafono ampliava la voce del direttore di scena, che l'aveva aperto per strillarci dentro:
- Signori la mezza. Signori la mezza.
Questo voleva dire che mancava mezz'ora al sollevarsi del sipario.
Mi truccavo, ci perdevo anche più tempo del necessario, ma solo per dimenticare che una platea si stava riempiendo di spettatori che volevano ascoltare me, ed io invece non avevo niente da dire a loro; non ricordavo più nulla. Dentro di me c'era solo il vuoto, solo paura incontenibile, ma nonostante tutto, il megafono infischiandosene, riprendeva a strillare:
- Signori, meno un quarto. Signori, meno un quarto.
Dopo il " meno un quarto", la paura aumentava.
Qualcuno busso alla mia porta: - Lu sei pronta?
- Se non ti sbrighi a sparire, non lo sarò mai!
Il tempo incalzava, la paura diventava incontrollabile.
Al di fuori del camerino, c'era un brusio incredibile. Chi il vestito ce l'aveva troppo largo, chi ce l'aveva troppo lungo.
Allora non si trattava più di brusio, ma di urla terrificanti di attori con voci decisamente impostate.
- Inciampoooooooo, accorcia immediatamente questo schifo di vestito o t'ammazzo all'istante.
- Un temperamatite, per favore, un temperamatite! Mi si è rotta la matita! Chi ha da prestarmi una matita nera?
- Ragazzi, aiuto ho mal di pancia, pure la spalla mi fa male!
- Dove sono le scarpe, maledizione! Chi mi ha fregato le scarpe?
- Non mi ricordo più la parte! Mio Dio, come faccio? Che dico?
Il megafono insisteva, senza darci respiro:
- Signori, meno cinque. Signori, meno cinque.
Dopo cinque minuti, altro megafono. L'ultimo!
- Signori, chi è di scena? Signori chi è di scena?
Chi doveva entrare in scena, scendeva in palcoscenico, dove i riflettori erano accesi. C'era anche il vigile del fuoco, vicino al pannello di controllo e una musica di sottofondo animava vagamente l'ambiente. Il sipario era di velluto rosso, e lentamente s'alzava, e mentre s'alzava, altre luci dei riflettori piazzati in platea, illuminavano la scena che stava prendendo vita.
Non si vedeva e non si sentiva più nulla, nemmeno la polvere.
La paura c'era sempre dietro le quinte, ma in palcoscenico no. A questo punto c'era solo magia. C'era solo verità, quella verità che noi non conosciamo, ma il nostro cuore, si.
Ricordo che alla fine del terzo atto, mi trovavo nel centro della scena con il ragazzo che amavo tanto inginocchiato ai miei piedi. Gli accarezzavo i capelli biondi dolcemente, lo baciavo in fronte, e gli dicevo con tanto amore, mentre lacrime silenziose scendevano dai miei occhi:
- Tu che sei un poeta, scrivi dei versi con le parole che ti dirò: quando io avrò trent'anni, lei ne avrà quarantacinque. Quando io ne avrò quarantacinque, lei ne avrà sessanta.
Lui, si alzò, mi abbracciò, come se da me non dovesse staccarsi mai più e mi rispose:
- Io, ho qualche cosa di meglio. Tra cento anni, avremo la medesima età.
Mi tenne stretta a se per l'ultima volta e poi se ne andò nel freddo della notte. Non sarebbe ritornato mai più.
C'erano lacrime che scendevano dai miei occhi, lacrime vere, perchè la sofferenza c'era, ed era tanta. Il ragazzo che adoravo se n'era andato.
Avrei vissuto per il resto della mia vita accanto a mio marito che non amavo più, ma avevo deciso di viverci insieme solo perchè lui era il più debole, ed era lui, ad aver bisogno di me. Era una decisione mia, ma anche la sofferenza era mia.
Tutta mia.
Le luci andarono in dissolvenza ed il pubblico applaudì e continuò ad applaudire. Ma io soffrivo ancora.
Gli applausi, solo quelli mi riportarono alla realtà.
Lo spettacolo era finito e la magia pure.
Un cesto di fiori era accanto a me.
Un mazzo di rose rosse era tra le mie braccia, ed il pubblico sorridente mi applaudiva, ed io sorridevo. Sorridevo al mio pubblico e le lacrime non c'erano più.
Arrivai in proscenio per ringraziare. Un bambino salì in palcoscenico dalle scale laterali, mi dette un bacio e mi regalò una camelia.
In camerino misi il cesto di fiori vicino alla poltrona, e le rose nel vaso di vetro sul tavolo vicino allo specchio semovibile.
Poi mi cambiai e misi il cappotto di sempre, ma sulla sinistra, sotto il collo, appuntai la mia splendida camelia.
Quando uscii, attraversai il palcoscenico buio ed impolverato come sempre.
La magia non c'era più.
Lasciai alle spalle il palcoscenico e cercai quei gradini di legno che quattro ore prima avevo fatto in salita, per poter vivere un emozione fantastica, solo mia.
Mi ritrovai in strada, quella di sempre. Non c'erano più, ne grandi attori, ne piccoli, c'erano solo attori infreddoliti.
- Chi vuole qualcosa di caldo, caldo da bere? Offro io.
- Questa sera no, caro, ma domani ci conto. Sono troppo stanca per qualsiasi cosa, questa sera.
- Per qualsiasi cosaaaaaaaa!!!????!!!?!?!
- Per qualsiasi cosa.
- Guarda che quello a cui penso io, riscalda.
- Ne sono sicura, ma io voglio solo dormire. E basta!
- Baci a tutti ragazzi, a domani.
- Baci, baci.
Ognuno di noi se ne tornò alla sua casa, ma sul mio cappotto c'era una camelia. L'accarezzai.
Ero felice
Sogno di una notte di mezza estate

La foresta era incantata. Si sentiva il respiro del vento, il muoversi delle foglie, e la risata di Puck, il magico folletto che rideva tra gli alberi. C'era tanta serenità, allegria e tutto sembrava vero. Però era uno spettacolo teatrale.
La luce dei riflettori illuminava la scena, ma riscaldava anche il cuore. In lontananza si sentiva il rumore dell'acqua fresca di un ruscello e......Puck. Sugli alberi c'era Puck. Puck spariva, ma riappariva subito da un'altra parte. Era scherzoso Puck. Puck era un elfo dallo spirito allegro e dal magico incantesimo....
Mi venne affidato il ruolo di Puck nel "Sogno di una notte di mezza estate " di Shakespeare. Feci salti di gioia, poi arrivò la depressione. Mi sentivo tanto piccola di fronte a quel personaggione enorme. Come avrei fatto?
Non ero in grado di sostenere un personaggio del genere. Quel folletto era famosissimo da secoli. Io avevo solo sedici anni, Puck invece, quattrocento.
Ma dovevo trovare il coraggio di riuscirci. Dovevo volere. Dovevo farcela. E dovevo anche farcela alla grande.
Non ricordo più per quanto tempo provammo, ma per me, che avevo fatto ginnatica acrobatica, non fu difficile. Un giorno mi resi conto di ruzzolare in mezzo agli alberi, di ridere a crepapelle mentre facevo tre salti mortali di fila, facendomi restare ancora fiato per parlare con il pubblico ed anche con Oberon.
Per il costume imposi la mia volontà ed ottenni quello che volevo. Cioè solo una calzamaglia nera, un collo ricamato d'argento e lustrini di madreperla esattamente uguali a quelli dei guanti. In vita avevo un cinturino di pelle nera.
Nessuna parrucca. Mi rifiutai di fare salti mortali con la parrucca ed elastico intorno alla gola per non farla muovere. Non volli ne mollette, ne forcine.
I miei capelli furono i capelli di Puck, scuri, tagliati corti, disuguali e spruzzati di argento luccicante, mentre il colore del mio viso fu verde come le foglie degli alberi.
Volli i guanti, altrimenti avrei dovuto truccare anche le mani, ma con le mani ricoperte di cerone verde, avrei insudiciato tutto. Una sera, dopo una prova generale schifosetta, ci fu la prima. Salii i soliti gradini di legno e dopo aver attraversato il palcoscenico salii le scale che mi portarono in camerino, come al solito.
Questa non era una serata come le altre. Era come se fosse in gioco tutta la mia vita.
Mi chiusi nel mio camerino, accesi le luci e mi sedetti in poltrona. Il direttore di scena bussò alla porta, e dopo avergli aperto, mi chiese se volevo del caffè.
- No grazie. Risposi.
Avevo lo stomaco contratto, non ce l'avrei fatta a bere un caffè. Nemmeno mezzo.
Mi vestii in cinque minuti, poi mi truccai. Cerone verde, e intorno agli occhi solo matita nera. Quando spruzzai sui capelli l'argento, un qualche spruzzo mi finì in faccia. L'effetto mi piacque; lo mantenni.
Anche il colore che detti alle labbra fu argenteo.
Venne annunciata la mezza, poi il quarto, poi ci fu più paura del solito.
Scesi in palcoscenico prima dei " meno cinque ". Arrivai in scena, e con la mano destra allargai un pochino il sipario per guardare in platea.
Era zeppa.
C'era la stampa e c'era anche il sindaco.
Non potevo nemmeno piangere, altrimenti avrei rovinato il trucco, e non potevo avere più paura di quanta non ne avessi già. Era il massimo possibile.
Ricordo che all'inizio del secondo atto, entravo in scena capriolando e ridendo, mentre il sipario si alzava. Mi trovavo in mezzo alla foresta e sentivo anche il profumo dell'erba e dei fiori, poi mi sedevo in proscenio proprio sopra una pietra ricoperta di muschio, e raccontavo al pubblico lo scherzo che mi apprestavo a fare.
Il pubblico, lo vedevo nonostante i riflettori fossero tutti puntati su di me.
Era strano, io stavo parlando con il pubblico e lui non mi spaventava più, anzi, mi resi conto, che lui mi avrebbe creduta qualsiasi cosa io gli avessi raccontato. Mi stava sorridendo. Sorridevano tutti. Li sentivo, li guardavo e io ridevo con loro. Con tutti loro.
Fu la prima volta che comunicammo davvero. Gli raccontai quello che mi apprestavo a fare e ridemmo insieme, perchè dovevo mettere negli occhi di un paio di fanciulle una sostanza che al loro risveglio le avrebbe fatte innamorare di quello che avrebbero visto per primo. Una di queste fanciulle avrebbe visto un asino.
C'era un attore tra le quinte vestito da asino, il quale per questo lavoro, dovette imparare a ragliare.
Alla fine dello spettacolo ci furono i soliti ringraziamenti, ma poi, sempre applaudendo il pubblico chiamò solo Puck in proscenio, per ben dodici volte.
Non fu magia, fu di più. Per la prima volta, lasciavo indietro i miei compagni, perchè il pubblico era solo mio, voleva applaudire solo me e lo fece per ben dodici volte.
I fiori furono tanti. Ma quello che il pubblico mi regalò quella sera, fu unico.
La trasmissione, la comprensione, la capacità di sentirci, come in un contatto telepatico. Tra me e loro non c'era più nessun tipo di barriera.
Noi comunicavamo.
Dopo lo spettacolo gli ammiratori vennero a salutarci in camerino e il sindaco mi portò un altro mazzo di fiori. Ce l'avevo fatta davvero, alla grande.
Ero stanchissima, era appena trascorsa la serata più bella della mia vita.
Scappai!
Volevo andare da chi amavo davvero tanto.
Era con lui che volevo condividere le mie emozioni. Scappai dal teatro e corsi verso il lungomare. Acchiappai al volo il treno merci che a quell'ora passava sempre, e quando lo decisi, saltai dal predellino e corsi sulla strada fino ad arrivare a casa, dove c'era il mio gatto Sinùe che mi aspettava.
Abitavamo insieme in una soffitta. Tutta nostra.
Lo abbracciai e gli raccontai tante cose, poi insieme ci infilammo sotto le coperte.
Ci addormentammo. Non so cosa sognò Sinùe, ma io sognai Puck. Vidi una foresta incantata dove si sentiva il respiro del vento, il muoversi delle foglie ed il rumore dell'acqua fresca di un ruscello, e Puck.
Sognai anche tante facce che mi guardavano sorridenti e allegre, perchè io le avevo rese allegre e sorridenti.
Le amai tanto.
Ricordi del passato

Una volta scesa dal taxi mi trovai davanti ad un teatro che poteva solo emozionare il cuore.
Rimasi li, ferma, a guardarlo senza dire una sola parola. I miei colleghi mi raggiunsero, silenziosi, e stranamente notai che nonostante la segatura e le pigne che avevano in testa, erano tutti pettinati, come per le grandi occasioni.
Entrare in quel teatro dove un tempo lavorò Eleonora Duse, fu per noi com'entrare in una cattedrale.
Nessuno aveva più il coraggio di dire cretinate.
La gradinata e le colonne dell'entrata erano consunte dal tempo, ed anche il palcoscenico e i camerini sembravano pezzi d'antiquariato.
Lo spettacolo che avremmo presentato la sera seguente era collaudato, e la prova ci serviva solamente per prendere atto delle proporzioni, delle misure e del sonoro della platea, anche se il pubblico avrebbe avuto a disposizione delle cuffie traduttrici.
Arrivare in quel teatro per il Festival delle Nazioni, fu come raggiungere un qualcosa che il nostro pensiero non avrebbe mai avuto la presunzione di arrivarci, nemmeno con la fantasia più sfrenata. Invece eravamo li, spauriti, spaventati e ci guardavamo tutti sorridendo per infonderci quel coraggio che tutti avremmo voluto avere, ma che in realtà nessuno possedeva.
La sera del nostro spettacolo fu un ricordo che non sparirà mai dai nostri cuori. Fu come veder realizzato qualcosa di bello, di grande, di insperato.
Un sogno mai sognato.
Fummo i più bravi, e vincemmo il Festival delle Nazioni.
La vita di un attore è strana, ti porta nei teatri più splendidi, come nei teatri più miserevoli. Non possiedi una casa, non hai una vita tua, non hai amici, forse non hai nemmeno nulla di autentico.
Alle volte mi caricavano in macchina ancora assonnata e andavamo a recitare in teatri mai visti prima.
Altre volte invece prendevamo la macchina, per andare a mangiare in posti strani. Molto spesso non sapevo proprio dove mi trovassi. Mistero! Sì, il fascino dell'ignoto.
In un posto che non ricordo più, c'era un parco dei divertimenti meraviglioso. C'erano le montagne russe, che una volta salita sulla macchinina, mi portavano così in alto da farmi sentire fuori dal mondo, per poi riportarmi a terra in un posto che ancora dovevo conoscere.
Non ebbi molto tempo per conoscerlo quel posto, perchè dovemmo ripartire presto.
Questa volta dovevamo raggiungere la Germania, per prendere poi la nave traghetto che ci avrebbe portato in Danimarca. Faceva freddo e umido, la nave e tutto il resto era grigio. Di quel viaggio ricordo molto poco. Rammento solo che il nostro scenografo, che per mangiare quello che voleva lui, disegnava il cibo su di un pezzo di carta che poi passava al cameriere.
Ricordo come una cosa meravigliosa i letti di Copenaghen, dove lenzuola e imbottite erano bianche e sistemate sul letto come sacchi a pelo. Per dormire al calduccio dovevamo chiudere la lampo.
Quanti ricordi!
Anzi non solo ricordi, ma pensieri, emozioni, vittorie e sconfitte.
Da Copenaghen ripartimmo subito. Dovevamo rispettare il contratto che avevamo, prima con Roma, poi con Madrid.
In Spagna arrivammo dopo cinquantaquattro ore di treno.
Eravamo stanchissimi, ma vedemmo ugualmente sia le corride, e pure la famosa processione pasquale di Madrid. La vedemmo dall'alto di un appartamento proprio sulla piazza principale dove s'incontravano tutte le strade. Per ogni via, con saio di colore diverso, i peccatori chiedevano perdono al Signore di tutti i loro peccati, chi frustandosi, chi piangedo, chi scrivendo i propri peccati su un pezzo di carta per poi gettarla al vento.
Però come sempre, noi dovemmo ripartire. Dovevamo arrivare prima a Barcellona e poi a Toledo.
Com'era bella la vita, nonostante tutto! Com'era affascinante! Era come avere mille sogni, e tutti realizzabili. Era come vivere sulle montagne russe e urlare dal panico, ma con tanta ed infinita gioia.

Mi svegliai sconvolta da un ricordo spaventoso, che mi angosciò anche se ormai era passata quasi tutta una vita. Avevo pochi mesi quando scoppiò la seconda guerra mondiale. Ed ora non potevo che ricordare, ma era doloroso anche il ricordo. Allora cercai di riaddormentarmi, ma fu difficile, perchè anche se io ero invecchiata, i ricordi erano estremamente chiari e lucidi. Chiusi gli occhi e cercai di pensare ad altro, ma non fu facile.
La guerra di Lu

CAP. I°
Ho scritto la prima storia della mia vita... l'ho scritta prima di venire al mondo... il sipario è già alzato, non c'è nulla in scena, solo io che aprirò un libro bellissimo e leggerò per voi, una storia fantastica.
Ognuno di voi prenda il suo posto, e ascolti...in silenzio...e immagini...immagini un posto lontano...
Lontano da qui.
Vi sto guardando tutti, apro il libro lentamente e leggo...
Leggo che una volta, nello spazio più profondo... tanto, ma tanto tempo fa... c'era un corpo fatto di luce...

Ero un corpo fatto di luce ed energia. Non avevo una struttura precisa, perchè la mia luce e la mia forma, stavano piangendo.
I singhiozzi scombussolavano la mia essenza, ma non potevo evitarli.
Il mio calvario stava per iniziare. La mia futura madre aveva già le doglie, ed io sarei entrata nel mio corpo, prima di nascere.
La vita, come sempre, sarebbe iniziata con un'atroce sofferenza che inevitabilmente mi avrebbe portata alla prima reazione di ogni essere umano: l'urlo.

Sentivo tanto amore intorno a me e tanta tristezza, e per un attimo vidi Giò.
- Non piangere. Mi disse. Non durerà per sempre, solo per un pò di tempo, ed io ti sarò vicino con tutto l'amore di sempre e tu lo sentirai e lo capirai.
Come avrei potuto non sentirlo? Lui era parte di me, come io ero parte di lui. Non avremmo potuto esistere l'uno senza l'altra. Gio' mi rammentò una leggenda: quando Dio si trovò davanti all'essere umano ebbe paura di lui, così prese un accetta e lo tagliò in due: metà donna e metà uomo. Da allora le due metà si cercano e si cercheranno per sempre fino a trovarsi. - Lu sorridi, noi ci siamo ritrovati da millenni. Non sarai mai sola. Io sarò sempre con te e tu con me.

Mi allontanai lentamente, incorporea, piano, piano, come un puro spirito diafano e celestiale.
Oltrepassai un viottolo di campagna, vagante nell'etere, dove a destra c'erano tante nuvole bianche, compatte, che non mi permettevano di vedere oltre, mentre a sinistra c'erano tanti alberi verdi, sempre più fitti. Tanto fitti da formare una barriera dalla quale non avrei potuto scappare anche se ne avessi avuta la forza. Non avevo la capacità di voltarmi indietro; andavo avanti, a forza d'inerzia. Avevo paura.
Il viottolo finiva in una piccola piazza, dove c'era l'ufficio migrazioni.
Come al solito non c'era nessuno. Sembrava già di stare sulla terra.
Un angelo entrò e mi chiese se dovessi partire.
- Si. Risposi.
- Destinazione?
- Terra. Trieste.
- Solo andata?
- No. Andata e ritorno.
- Allora prenda la porta celeste, quella a sinistra.
Annuii col capo. Non avevo più la forza di parlare. Forse, non sapevo più farlo.
Aprii la porta celeste dove una raffica di vento, mi avvolse completamente, mi fece girare su me stessa e poi mi trascinò lontano, in una nuvola piena di nebbia e di tanta solitudine senza speranza.
I ricordi si allontanavano sempre di più e sparivano nel vuoto immenso del mio cuore. Un cuore vuoto, come il baratro che mi circondava. Un baratro fatto di niente, senza confini, senza echi e senza colori. Un baratro fatto di nulla.
Una vita che incominciava dal niente.
Una vita che incominciava dal nulla.
La mia nuova vita.
Soffrii quando nacqui, urlai e piansi, poi guardai la mia mamma e mi piacque.
Appena ne fui capace, le sorrisi.




CAP. V°
La strada era molto larga ed al centro di questa, c'era un rialzo alto quanto un marciapiedi.
Ai lati di questo rialzo, proprio paralleli ai palazzi, crescevano due file d'alberi, che a me sembravano grandissimi. I tronchi erano talmente grossi che non riuscivo ad abbracciarli e le fronde degli alberi a destra del viale, si univano al centro con quelle degli alberi di sinistra.
Sotto le fronde c'erano tanti tavolini e sedie, dove i grandi si sedevano e bevevano delle cose che io ancora non conoscevo.
Un pomeriggio ci andammo anche noi. Ci sedemmo, e la mamma ordinò la birra.
Il cameriere arrivò con due bicchieri che posò sul tavolino davanti alla mamma e alla nonna. Davanti a me, niente. Allora presi il cameriere per la giacca bianca e domandai:
- E Lu, birra?
Il cameriere guardò mia madre sorpreso e fece cenno con la testa che non capiva. Allora la mamma gli disse di portarne una anche a me.
Dopo un pò, il cameriere ritornò e posò davanti a me un bicchiere di birra e mi disse:
- Scusi la distrazione, signorina.
- Scusato. Risposi.
Avevo due anni e mezzo e quella che avevo davanti a me, era la prima birra della mia vita. Prima ne assaggiai un pò. Mi piacque. Sorrisi e continuai a bere.
Negli anni seguenti, quando fu possibile, ordinai sempre birra.
Poi ritornammo verso casa.
Alcuni militari, con il manganello, avevano rotto le vetrine di un negozio, e stavano portando via delle persone. Non so perchè.
- Ebrei. Sentii dire, ma io non sapevo ancora cosa significasse essere ebrei. Però, mi rattristò il fatto, che tra quelle persone ci fosse anche un bambino piccolo. Cosa poteva aver fatto di male?
Dimenticai quello che era successo, perchè a casa la mamma e la nonna stavano facendomi un vestito nuovo, con una camicia del mio babbo.
La nonna era molto brava a tagliare e a cucire, mentre la mamma era bravissima a ricamare.
Avevo sempre vestitini mollo belli ed avrei continuato ad averli, almeno finchè non fossero finite le camice di papà. I vestiti della bambola che una volta la mamma aveva sul suo letto, non c'erano già più da tanto tempo. Li aveva adattati a me.
La camicia sulla quale stavano lavorando ora, era bianca. Io avrei avuto un vestito bianco.
Speravo tanto che con quel tessuto, potesse anche uscirci un fiocco.
Com'erano belli i fiocchi! Quella notte, probabilmente, sognai fiocchi di tutti i colori. Ed anche fiocchi di neve. Fiocchi bianchi e volteggianti nell'aria, e fiocchi nel cielo portati a spasso dal vento.
Ricordo che avrei voluto avere una vita a forma di fiocco. I fiocchi mi comunicavano serenità ed allegria.
Serenità ed allegria, la vita non me le comunicarono mai.




CAP. IX°
La mamma per ritornare a casa ci mise un pò più del solito. Fu fatta prigioniera dai tedeschi, perchè volevano controllare che nelle valigione non ci fossero armi. Dato che non ce n'erano, ritornò a casa, anche se con un paio di giorni di ritardo.
Che gioia! Le corsi incontro e le buttai le braccia al collo.
Com'era bella la mia mamma!
Le valigione erano stracolme e in una di queste, c'erano due sacchi di farina, sia bianca sia gialla. Che bellezza, avremmo potuto fare il pane in casa ed anche la polenta.
Io adoravo la crosta croccante che si formava sul pentolone della polenta.
La crosta era sempre per me.
Quel giorno fu bellissimo, anche perchè ci arrivò un pacco dal papà. Dentro c'era una scatola di metallo con tanta cioccolata, ed anche una piccola scatola con dentro una scarpa di serpente, per la mamma. L'altra scarpa, l'avrebbe spedita nel prossimo pacco, altrimenti un paio di scarpe insieme, non sarebbero mai arrivate a destinazione. Infatti l'altra scarpa, il mio papà la spedì qualche giorno più tardi.
Il babbo non fumava, perciò barattava sigarette, con tutto quello che poteva essere utile per noi. E ce lo spediva, magari un pezzo alla volta.
All'epoca mio padre si trovava in Albania.
Chissà com'era il babbo! Non ricordavo di averlo mai visto.
In camera da letto c'era una sua foto ed ogni tanto andavo a guardarla. Sembrava Clark Gable. Chissà se serei mai riuscita a conoscerlo? Mi sarebbe piaciuto tanto.
Ricordai che una volta mi spedì anche una bomba luccicante a forma di pesciolino argentato, naturalmente scarica, che a me piaceva tanto. Giocavo sempre con la bomba di papà. Si, avrei voluto conoscerlo.
Sul tavolo di cucina c'erano un sacco di cose da mangiare, e mentre la nonna metteva a cucinare i fagioli, la mamma ci raccontò di una nuova legge, la quale prevedeva che per l'uccisione di un tedesco, sarebbero stati ammazzati dieci italiani.
Non ci feci molto caso perchè era un periodo dove tutti si ammazzavano: fascisti, tedeschi, ebrei, comunisti, sia per questioni di guerra, sia per regolare conti personali.
Uccidere, entrava nella normalità delle cose.
Doveva essere suonato l'allarme, ma tra tante belle cose nessuno se n'accorse.
Quando sentì gli aerei quasi vicino, corsi in bagno e mi misi in ginocchio sul balconcino della finestra. Si, stavano arrivando! Erano parecchi aerei, proprio sopra il canale, vicino a casa mia. Erano alti nel cielo, ma avevano già sganciato parecchie bombe argentate.
Chissà dove sarebbero cadute? Erano ancora troppo alte nel cielo per capirlo. Poi sotto il sole luccicavano, e il loro luccichio impediva di capirne la loro esatta destinazione.
Ormai ero pratica.
Questa volta se non avessero colpito la mia casa, avrebbero colpito molto vicino. Infatti bombardarono dei palazzi ad un centinaio di metri di distanza.
Mi fermai ancora un pò sulla finestra, a guardare le tre cupole della chiesa serbo ortodossa che si ergevano proprio davanti a me. Mi piacevano tanto quelle tre cupole. Sperai che si salvassero almeno loro, dalla distruzione.
Quando l'allarme finì, uscimmo per andare a vedere il disastro.
I palazzi colpiti, era rasi al suolo.
Mentre ritornavamo a casa, infilai la mano in quella della mia mamma: stavo tremando. Avevo bisogno di sentirla. Avevo bisogno di lei.
L'importante, era avere la mamma a casa, vicino a me.
La mamma era bella, forte e coraggiosa. Sentivo che con lei accanto, sarei riuscita a fare sempre, tutto quello che avrei desiderato fare. E fu così infatti. Sempre.

CAP. X°
Con tutta la farina che avevamo, un giorno andammo dalla zia Amelia che possedeva un forno elettrico, per fare del pane fresco.
Mi piaceva andare dalla zia, anche perchè mio cugino Andrea era il mio cugino preferito. Era più grande di me e mi faceva scherzi paurosissimi, ma l'affetto che provavo per lui, era più grande del panico che lui procurava a me. Quando arrivavo, si travestiva esclusivamente per me, sempre da volpe. E le volpi mi spaventavano.
Dopo le volpi, ci fu il periodo dei sassolini del giardino.
Ci tirammo dietro milioni di sassi, prima di diventare grandi, ma Andrea fu sempre il mio Andrea.
Il profumo del pane che si stava cucinando nel forno, era paradisiaco.
Una volta cotto, ne lasciammo un pò a zia e il resto lo mettemmo in una grande borsa e la chiudemmo.
Con la borsa piena ritornammo a casa, ma non potemmo nascondere il profumo meraviglioso del pane ancora caldo.
Per Via Commerciale c'era un profumo che raramente si riusciva a sentire a quei tempi e questo ci fece vergognare per quella moltitudine di persone affamate, che non potevano permettersi nulla.
Ci avrebbero potuto ammazzare solo per rubarci la borsa del pane, però nessuno lo fece.
Alla fine di Via Commerciale, sia io sia la mamma ci fermammo di colpo, come due statue di sale.
Davanti a noi, c'era il terrore. Proprio nell'albergo davanti ai nostri occhi, al centro di tutte le finestre, sulla trave superiore dell'intelaiatura, c'era un uomo impiccato.
Erano morti già da un pò di tempo. Infatti, avevano un colore scuro, bluastro e la lingua, penzolava dalle loro bocche aperte. Da tante bocche aperte.
Gli impiccati erano tantissimi. Non c'era una finestra vuota.
Mi venne in mente la legge: " Dieci italiani per un tedesco ".
Una legge che era stata apena varata ed immediatamente applicata.
Attraversammo la strada e dopo pochi metri, il mio subconscio dimenticò quello che aveva appena visto.
Vide, ma non ricordò più nulla.
Tornammo a casa, cenammo e poi andai a dormire.
Quella notte mi svegliai tutta sudata, e disperata: avevo sognato impiccati.
Nell'arco degli anni futuri avrei sognato impiccati, tutte le notti. Impiccati carbonizzati, impiccati su alberi spogli, impiccati che non mi permettevano di attraversare una stada.
Fu un incubo, che finì solo venticinque anni più tardi, quando casualmente, la mamma mi raccontò cos'era successo quel tragico pomeriggio di tanto tempo addietro.
Dopo il racconto della mamma, non li sognai mai più

CAP. XI°
La guerra finì. Io non me n'accorsi nemmeno, però fu così.
Era il 1945.
Un giorno, non so come, arrivò a casa una gigantesca enorme e tricolore bandiera.
Bandiera utilissima, perchè con la striscia rossa, la nonna mi fece un vestitino eccezionale. Le camicie di papà erano finite.
Ero emozionata! Non avevo mai avuto un vestito rosso. Ma quella volta lo ebbi.
Andammo a fare una passeggiata sul lungomare dove incontrammo degli alleati che mi regalarono della gomma da masticare. Quando ritornammo verso casa, scartai una gomma. Sapeva di zucchero, però più masticavo, più dovevo ancora masticare. Insomma tutta una faticaccia per niente. Mi scocciai, avrei voluto sputarla, ma non sarebbe stato educato, così l'igoiai, e fu finita.
Che schifezza la gomma!
La guera era finita, la pace stava per cominciare, ma se incominciava con gomme da masticare, ne avremmo viste delle belle!
Chissà cosa voleva dire " pace " ? Non ero mai vissuta in tempi di quel genere.
Che il tempo fosse di pace, però ancora non me ne'ero accorta.
Quando la mamma mi portava fuori con se, c'erano sempre dimostrazioni che finivano in risse piuttosto gravi. C'erano sempre vetrine in frantumi ed uomini feriti e contusi, e qualche volta pure ammazzati per vendette private.
Una volta salimmo in un appartamento in via di smantellamento. Era una casa di ebrei. C'erano tanti libri che venivano buttati via e mi sembrò una cosa spaventosa, perchè per me i libri bisognava tenerli con cura.
Mi allontanai e andai a nascondermi dietro ad una porta dove non c'era nessuno. Però proprio dietro a quella porta invece, c'era un triciclo.
Chissà di chi era! O di chi era stato! Dov'era adesso il padrone del triciclo?
Dove fosse finito quel bambino, me lo chiesi per tanto tempo. Forse me lo sto chiedendo ancora ora. E' vivo, o è finito in un forno crematorio?
In un modo o nell'altro il tempo passava.
Un giorno suonò il campanello e la mamma mi mandò ad aprire la porta.
L'aprii ad un uomo in divisa verde, il quale entrò in casa e mi sembrò simpatico, allora lo presi per mano e lo portai in camera, per fargli vedere la foto del babbo.
- Vedi? Quello è il mio papà.
Non ricordo cosa rispose, ma ben presto capii, che il mio papà, non era una foto, ma era quell'uomo che mi era apparso sulla porta d'entrata, tutto vestito di verde militare.
Avevo cinque anni e quell'uomo per me, era un estraneo. Un intruso. Avrei mai imparato a conoscerlo e a viverci insieme?
Chissà! Avrei dovuto provarci. Forse avrei potuto anche riuscirci..........Forse no. Però dovevo tentare.
Era appena finito un conflitto. Perchè doveva incominciarne subito un altro?
Mi venne in mente che quando ero piccola, desideravo una vita a forma di fiocco. Purtroppo sentii che non l'avrei mai avuta.
Allora me n'andai sulla finestra del bagno per guardare il cielo, il canale e le mie cupole. Avevo bisogno di sicurezza.
Di sicurezza e tanto coraggio, e non ero sicura d'avere tutto ciò.
Ero tanto stanca. E non avrei dovuto esserlo, perchè in fondo la mia vita incominciava allora.
Sentivo il bisogno di qualche cosa che ancora non conoscevo.
Fu in quel momento che capii.
Capii la necessità assoluta di imparare a ridere.

Fine della prima parte
Seconda parte